Multisensorialità, Tecnologia, Architettura | 3 | by Martino Mocchi | Towards a Multisensory Design | Nov, 2020

Constant Nieuwenhuys, Ode a l’Odeon

Il percorso fin qui tracciato segnala l’affermarsi di una sensibilità legata all’importanza di un approccio alternativo al progetto dell’architettura, che parta dalla considerazione multisensoriale ed emozionale del rapporto tra il soggetto e l’ambiente in cui vive. Quello che non si è ancora riusciti a mettere a fuoco, d’altra parte, sono gli strumenti e le strategie attraverso cui trasformare tale sensibilità in un modo del progetto, che possa essere messo in relazione a dati condivisi e normabili attraverso riferimenti e vincoli comuni.

La possibilità di dare una connotazione sovra-soggettiva a concetti come quello di “multisensorialità”, “atmosfera”, “paesaggio sonoro” si scontra immediatamente con la pluralità dei riferimenti e dei punti di vista parziali dovuti alla dimensione inevitabilmente individuale della percezione: fortemente influenzata dal carattere dell’individuo, dalla sua disposizione psicologica momentanea, dal proprio bagaglio culturale e simbolico di riferimento. Non solo: la comprensione del luogo sulla base dei sensi minori rimanda a un orizzonte estremamente mutevole, che richiede ampi sforzi per essere mappato.

Rispetto a quest’ultima criticità, che ha segnato per decenni l’evoluzione degli studi nel settore, stanno emergendo possibilità inedite, legate alla diffusione di strumenti di rilevazione sempre più sofisticati e integrabili con le nostre attività quotidiane, in grado di misurare dei fattori percettivi ed emozionali individuali complessi. Ciò si lega anche allo sviluppo della ricerca neuroscientifica, che da qualche tempo sta mettendo a fuoco delle conoscenze e dei metodi di assoluto interesse per il campo dell’architettura.

Tali riferimenti sono già da tempo assunti nell’ambito dell’architettura medica, soprattutto per quanto riguarda la progettazione degli spazi interni. L’idea che la “salute” e il “benessere” individuale non possano riguardare solo il dato strettamente fisiologico, ma debbano essere messi in relazione ad aspetti psichici, sensoriali e ambientali si è infatti affermata da tempo come un elemento cardine per la progettazione degli spazi deputati alla cura [1]. Tale tendenza è andata consolidandosi in quello che oggi viene definito “evidence-based design”: un approccio al progetto fondato sui principi del benessere, della sicurezza, della riduzione dello stress. Non solo dei degenti, ma anche dei medici e degli operatori sanitari [2].

A fronte di ciò, è opportuno osservare che la dimensione sociale e umana con cui si deve confrontare l’architettura medica risulta certamente semplificata rispetto a quella della vita ordinaria. È evidente che i rapporti tra i degenti non si strutturano con la stessa complessità di quelli che maturano nel mondo esterno. Le possibilità di controllo dei pazienti, inoltre, sono facilitate, così come le possibilità di trovare soggetti per esperimenti o ricerche. L’idea di salute e benessere del soggetto può essere quantificata sulla base di referti medici precisi, aggiornati e in riferimento a patologie specifiche. Ed è infine importante sottolineare come i principi dell’evidence-based design riescano ad adattarsi con maggiore efficacia alla progettazione degli ambienti interni, alla luce di parametri controllabili, mentre facciano molto più fatica ad adeguarsi alla caoticità degli spazi esterni.

Quella che si prospetta all’orizzonte, dunque, non la semplice revisione di un modello già noto, da adattare a contesti differenti. Ma una partita che deve essere giocata “a una nuova scala”, grazie alla disponibilità di strumenti sempre meno invasivi per i soggetti interessati e, soprattutto, sempre meno costosi.

La possibilità di svincolare il rilevamento di alcuni parametri psico-fisiologici dai laboratori e dai centri di ricerca specializzati lascia intravedere delle possibilità significative in vista di un utilizzo più completo di alcuni strumenti nell’ambito dell’architettura. È attualmente possibile misurare con un certo grado di precisione dati relativi al movimento fisico, al battito cardiaco, al livello di glucosio e ossigeno presenti nel sangue, al ciclo sonno-veglia, alla temperatura corporea, al ritmo di respirazione, alla conduttività della pelle, all’attività cerebrale, al livello di idratazione, alla postura, alla variabilità del battito cardiaco, alla tensione muscolare, alla pressione del sangue, ai movimenti oculari.

La possibilità di integrare tra loro in tempo reale e senza vincoli spaziali tutti questi dati potrebbe mettere a disposizione del progettista una mappa completa dello stato d’animo del soggetto nel momento in cui attraversa uno spazio. È importante sottolineare che si tratta di strumenti in rapida crescita e diffusione all’interno di dispositivi personali come orologi, smartphone e tablet, e che sta segnando un’evoluzione nel nostro stesso apparato cognitivo. La possibilità di utilizzare il segnale GPS come sistema di rilevazione del movimento e dell’orientamento individuale, per esempio, ha già determinato un adattamento comportamentale a livello collettivo, segnando un cambiamento radicale nella nostra capacità di relazionarci ai luoghi.

Numerosi altri dati legati al benessere, e già facilmente quantificabili attraverso app o software integrati nei più recenti dispositivi (la frequenza del battito del cuore, il movimento oculare, la temperatura corporea) stanno producendo un’analoga evoluzione rispetto alle nostre modalità di rappresentazione e di interpretazione dello spazio.

Lo scenario descritto si completa con il riferimento alla realtà virtuale, che rende possibile la costruzione di spazi digitali sempre più complessi e realistici, in grado di conferire alla rappresentazione dei luoghi non solo dei tratti visivi estremamente dettagliati, ma anche delle stimolazioni sensoriali generate dalla presenza di suoni, odori, stimolazioni tattili. Esperienze che favoriscono nell’utente reazioni e sensazioni concrete e quantificabili.

Alcune indicazioni pratiche che mostrano come questi strumenti possano essere utilizzati nel campo della progettazione derivano, per esempio, da alcune sperimentazioni condotte da Eleonora Buiatti fin dal 2014 [3]. A partire da tecniche di neuroimaging complesse in grado di mappare e di interpretare l’attività cerebrale, la ricercatrice dimostra come sia possibile individuare dei parametri quantificabili nel progetto: meccanismi neurologici in grado di prevedere il comportamento del soggetto e quindi la propria esperienza di rappresentazione dello spazio. Tra gli altri, il “modello mentale dell’utente” (che consiste nella capacità di rappresentazione simbolica del mondo), le “euristiche” del pensiero (i fattori pre-razionali che contribuiscono a determinare il nostro primo impatto con un luogo), gli effetti prodotti da una stimolazione “crossmodale” (ossia da una combinazione di stimoli appartenenti ad aree sensoriali diverse).

Nel definire un possibile approccio al progetto, Buiatti sembra voler andare oltre una logica “meramente” multisensoriale, introducendo concetti in grado di rilevare i rapporti complessi che si instaurano tra le varie sfere della sensorialità. Individuare il “percettile” adeguato, per esempio, ossia il senso che prevale in una data situazione, permette di dare al progettista la possibilità di comunicare al pubblico impressioni immediate, trasmettendo informazioni efficaci senza bisogno di specificare un messaggio logico-linguistico. Una opportunità interessante, per esempio, nell’ottica di superare alcune difficoltà legate alle differenze culturali ormai diffuse nei contesti sociali di molte metropoli contemporanee.

Come si vede, quindi, le possibilità all’orizzonte sono ampie: l’utilizzo e l’integrazione degli strumenti descritti potrebbero incentivare l’affermarsi di un nuovo approccio al progetto, basato su una interpretazione più coerente e multisensoriale dell’architettura. D’altro canto, l’utilizzo di queste tecnologie è oggi molto limitato e tende perlopiù ad assecondare il riferimento al visivo come paradigma esclusivo di interpretazione dello spazio. Se l’evoluzione della tecnologia e dei suoi strumenti sarà accompagnata da un adeguamento culturale dei riferimenti del progetto, le prospettive saranno veramente ampie.

NOTE:

[1] Un tale approccio non è certo recente, come dimostrano i principi della “Costituzione” dell’Organizzazione mondiale della Sanità, in cui già dal 1946 si definiva la «sanità» come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, che non consiste solo in un assenza di malattia o d’infermità».

[2] In particolare negli Stati Uniti questo modello sta godendo di ampia considerazione, come dimostra il successo del protocollo EDAC (Evidence-based Design Accreditation and Certification) per la sua certificazione.

[3] Si veda in particolare la pubblicazione E. Buiatti, Forma Mentis, Franco Angeli 2014.

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